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lunedì 9 novembre 2015

Hello.

Hello, it's me.
I was wondering if... EHM

No, lasciamo stare Adele e la sua canzone che durerà per un'eternità e di cui ero già stufa al primo ascolto.
E' un po' che non ci si vede, caro blog e care amighe.
In questo periodo di cose ne sono successe e decisamente importanti.
Il matrimonio, un viaggio meraviglioso e una casa nuova di pacca. 


Avrei potuto farvi la rassegna stampa modello "maratona di Mentana" ma my heart said no.
Non me la sono sentita. 
Nonostante tutta la condivisione folle della propria vita minuto per minuto che ormai ha reso i social più frequentati della vita stessa. 
Non ce l'ho fatta, sono state cose troppo personali da raccontare durante la preparazione.
Senza giudizio, eh. C'è chi lo fa e io seguo e leggo con molta curiosità.
Ma non è stato il mio caso. 

Un racconto, qualche foto, dopo -magari- sì e volentieri, se avrete voglia di vedere anche voi. Ma mentre c'ero in mezzo, totalmente sommersa, durante le preparazioni, ecco, ho sentito un blocco. Erano cose troppo "nostre".


Solo ora sto capendo da che parte sono girata e non vedo l'ora di riprendere vecchie abitudini e di scoprire quelle nuove. Vado avanti a liste, infinite e in costante aggiornamento, e la cosa non mi dispiace affatto. Ho persino riesumato un'agenda regalata per la laurea (sette anni fa, ommioddio) e mi sembra di essere una donna in carriera con la sua vita scritta su minuscoli fogli a buchi.
Per cui, qui, nel mio posto, nel mio spazio virtuale mi auto-dico "bentornata".

mercoledì 11 marzo 2015

Le fissazioni della iaia: Posate Sabre

Della serie: o bianco o nero.
Ci sono certe cose su cui mi fisso e finchè non ho raggiunto l'obiettivo non distolgo lo sguardo.
Sebbene le piccole cose per l'arredo della casa mi siano sempre interessate senza però catalizzare completamente la mia attenzione, le posate Sabre sono da svariati anni entrate a pieno diritto tra le mie fissazioni. 
Viste per la prima volta dalle Tele della Casana in Via dei Macelli di Soziglia e riviste poi nel web il mio amore verso queste posate colorate è cresciuto sempre di più.
Peccato il loro prezzo non certo economico.
Vorrà dire meno maglie di Zara, e più posate Sabre.







 

 







lunedì 9 marzo 2015

Bucket bag before it was mainstream.

Il termine "bucket" è entrato prepotentemente nelle vite di noi non-anglofoni nell'estate 2014 in abbinata con "ice", durante una fase di delirio collettivo nella quale milioni di persone, travisandone completamente il senso, hanno amato tirarsi in testa secchiate d'acqua ghiacciata per fare a gara a chi aveva più coraggio.

Nella primavera 2015 il secchiello invece ritorna anche nel gergo fashionista, impazzando con la bucket bag.
Qualsiasi marchio che si rispetti ha già pronta in canna la sua borsa a secchiello e quando la sottoscritta ha iniziato a notare le prime avvisaglie di questo trend ha iniziato a sorridere sorniona.

Quanto 'so figa.

Sì perché non solo ogni armadio materno che si rispetti conserva almeno un esemplare di questa specie dagli anni '90 ed è dovere di ogni brava figlia al passo coi tempi che si rispetti ha il dovere morale e sociale di andarla a recuperare e farle vivere una seconda vita ma, dico ma, io ne possiedo una, e sempre l'ho indossata negli ultimi anni da brava hipster.

Una Louis Vuitton Noe Epi verde, caro ricordo di una persona le cui iniziali sono ancora impresse, anche se un po' sbiadite, che sono felice di sfoggiare con ancora più orgoglio.


mercoledì 4 marzo 2015

Pinterest life style: un elogio.

Ne parlavo recentemente con un'amica neo-iscritta, ovviamente su caldo invito da parte mia: "con Pinterest attraverserai tre fasi".

1. Droga.
Appena approdati su questo mondo a sé non si potrà far altro che venirne assuefatti, coinvolti all'estremo.
La fame di foto dallo sfondo bianco acciecanti, con valori di esposizione alle stelle, con un finto disordine studiatissimi raggiunge livelli stellari.
Perché Pinterest è un pianeta a sé dove rifugiarsi quando le cose in quello reale non vanno troppo bene, dove vestirsi con abiti memorabili e dispendiosi non costa nulla, dove viaggiare verso mete luminose ed esotiche nel giro di un minuto e abitare case perfette decorate nel minimo dettaglio.

2. Nausea.
Dopo aver passato giorni e settimane sul sito con il pallino rosso e la P bianca da qualsiasi dispositivo elettronico possibile e immaginabile, smartphone, tablet, computer, e in ogni luogo, a casa, al lavoro, sui mezzi, in bagno, a letto alle due di notte quando sai che in verità dovresti dormire, è inevitabile che si raggiunga l'overdose.
Scorri la home senza riuscire a vedere più niente, hai più board che vestiti nell'armadio e neanche te le ricordi tutte, vedi stile scandinavo ovunque, persino da Mondo Convenienza.
La testa ti gira, il momento del rifiuto è arrivato.
Basta perdere tempo, basta riempire gli occhi con cose che non ti comprerai mai, basta sguardo fisso sempre su quel dannato cellulare.

3. Equilibrio.
Lasciato passare un po' di tempo di astinenza provi a riaprire quel buco nero, anzi bianco, che ti aveva inghiottito. Tutto sommato è meglio delle riviste, è sempre aggiornato,più immediato e più economico, diciamolo.
E allora riorganizzi le tue board, le sfoltisci (forse la cartella "Pink floreal mugs" è un po' troppo specifica) e le ordini per benino.
Con criterio.
Con logica.
Senza esagerare.

Come no.

Tanto lo sappiamo che quello di Pinterest è un processo ciclico e che presto si ricomincerà.
Da capo.


venerdì 6 febbraio 2015

Sono diventata grande.

Era lì. Davanti a me. Non potevo evitarla.

Quando: ieri, nel tardo pomeriggio.
Dove: al mercato, nel banco dei legumi secchi.
Con chi: con mia mamma ("Andiamo un attimo al mercato, devo comprare le fave secche par fare fave e cicoria.")

Me la ritrovo davanti, un bel mucchietto a piramide di pallini giallo chiero con un cartellino infilato in mezzo.
Un cartellino con scritto "Quinoa".
Quinoa.
QUINOA.
Q-U-I-N-O-A

Certe cose -è inutile- te le senti dentro e in quell'istante ho capito che il mio momento era arrivato.
Il momento di assaggiare la Quinoa.
Fino a ieri non avevo mai avuto un faccia a faccia così diretto, non c'era mai stata l'occasione e avevo continuato a vivere la mia innocenza.
Ma un bel giorno arriva il tuo turno e sai che non ti potrai tirare indietro.
Evitarla avrebbe significato nascondersi, eludere l'attimo e ingannare il destino.
E si sa che con il destino non è meglio giocare.

Commessa: ".....Altro?"
Mamma: "Basta così, graz....."
Io: "SI', MI DIA ANCHE DELLA QUINOA PER FAVORE"

Ormai era fatta, quel piccolo sacchettino in mano ormai vibrava, pulsava, impaziente di giungere a destinazione cambiandomi la vita.
Il momento era giunto e io non potevo farci niente.


Scherzi a parte, considerazioni sulla Quinoa.

- La storia della saponina da lavare via prima di cuocerla mi inqiueta parecchio. Cos'è la saponina? Perchè è sulla Quinoa? Fa male? Fa le bolle? Se non la lavo prima non avrò bisogno di lavarmi i denti a fine pasto?
- Come mi disse mesi fa la Michela, sa di quello a cui lo abbini. Nel mio caso ieri, di broccoli e insalata belga passati in padella.
- La pasta al mascarpone e noci che stava mangiando mio fratello in quel momento e su cui mi sono avventata dopo era decisamente più gustosa

martedì 27 gennaio 2015

In principio vi fu il Fritto Misto.

In principio vi fu il Fritto Misto.

Il mio arrivo nel mondo degli orologi dei grandi nelle lontane ere geologiche partì in quarta passando dal Flick Flack con le farfalle ad uno Swatch dal nome imbarazzante (scusa Swatch) regalatomi per la Prima Comunione.



Il tutto fu reso ancora più imbarazzante da mia mamma che entrò alla Swatch chiedendo un cinturino di riserva per l'orologio "Pesce Fritto". 
Non che "Fritto Misto" fosse più altisonante ma ancora oggi non posso far a meno di ridere quando entro nel negozio di Via XX Settembre.


In seguito ci fu un tanto agognato Scuba, stavolta per la cresima, con la bramata ghiera che si girava e le lancette che si illuminavano al buio. Peccato che facesse cagarissimo, un'edizione limitata per le Olimpiadi di Altanta 1996, dedicato a Dan Jansen, con scritte in inglese sul cinturino e la ghiera nera.

NERA. 

Il colore dello demonio per me e le mie amiche a quell'età felice e beata, in pieno periodo anni '90 dove i colori di punta erano il rosa, l'azzurro e il verdolino.



Venne poi l'età della ragione e del potere d'acquisto e con esso il diritto della voce in capitolo sugli acquisti in negozio. Finalmente ebbi il mio Scuba blu e azzurro (il Fish eye), come ogni ragazzina che si rispetti, con lo schermo che si illuminava schiacchiando il pulsante, la ghiera semi trasparente e il cinturino (fatto mettere da me) senza chiusura, tipo bracciale a molla. E il mio animi si quietò.




Con i 18 anni arrivò uno Swatch un po' più serio, in acciaio con la cassa rosa, che mi accompagnò fino a.. Ieri? Se non avesse la pila scarica e un giorno non avessi provato a chiuderlo al contrario deformando la chiusura, lo porterei ancora, lui, il mio amatissimo con tutte quelle sue righe di vita vissuta.




Nell'epoca moderna e contemporanea della mia vita ho avuto (e sto avendo a che fare) ancora con la Swatch. Diciamo che ne sarei anche entusiasta in quanto marchio che mi ha accompagnato durante la vita e che per me rappresenta in toto i ruggenti anni 90 a cui penso sempre con affetto.

Qualche anno fa G. mi regalò il modello Gent tinta unita che spopolava, il Colour Code, ovviamente rosa.



Nei giorni scorsi invece ho ricevuto in regalo un'edizione limitata del 2013, venduta solo in Francia (scusate se me la tiro), il Lisa Fan.




L'altra mattina, indossandolo per la prima volta, ho pensato: "Dai, vuoi vedere che.. Magari si sono evoluti dall'uscita di quelli monocolore. Voglio dare loro fiducia".
E invece.

Tic.Tac.


Tic.Tac.


Tic.Tac.

TIC.TAC.

TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC.

Il ticchettìo più forte del mondo.L'inquietudine.L'ansia.Il soffoco.

In mezzo alla folla urlante:
TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC.

Il sabato sera nella discoteca più profondamente tamarra durante la techno:
TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC.

Alla partenza dello space shuttle:
TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC.

Durante il quarto d'ora accademico in facoltà:
TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC. TIC. TAC.

Perché Swatch non investi nella ricerca sul ticchettìo degli orologi?
Perché vuoi lasciare i tuoi clienti logorarsi psicologicamente con questo rumorino continuo e irritante?
È forse un metodo di tortura?

Se ti serve un acustico in ambito universitario a cui smollare svariati sbiliardi di euro per studiare come silenziare gli orologi ci sono io, eh.

Mi piacciono tanto i tuoi orologi, cara Swatch, e vorrei usarli anziché lasciarli marcire in un armadio in un altra stanza (sì, il rumore passa anche attraverso i mobili).
Come facciamo? Come la risolviamo?

In fede,


giovedì 30 ottobre 2014

Send me a postcard, drop me a line.

Tutto partì da un tweet datato 28 Agosto 2014:


causato da quella mancanza di ansia durante le vacanze che mi ha accompagnato dai primi anni '90 fino al dilagare dei cellulari: "Devo mandare le cartoline".

Da piccola, durante i periodi vacanzieri, già ero proiettata verso la mia futura pena che mi accompagna tutti i giorni, ossia la sindrome della lumaca (portarsi la casa dietro). Ricordo ben distintamente, infatti, tra le mille cose da cui non potevo assolutamente separarmi e che era indispensabile avere, sia sulle spiagge assolate della Sardegna che sulle gelate piste da sci, un'immancabile agenda gigante ove annotavo gli indirizzi delle mie innumerevoli conoscenze di undicenne. 
Il risultato era la bancarotta quasi sfiorata dai miei per potersi permettere nove tonnellate di cartoline TUTTE UGUALI. Sì, perchè se tanto andavano a persone diverse che bisogno di sbattersi c'era a comprarle tutte diverse?
Questo mio imbruttitismo mi sorprende ancora assai a decine (ora ho un collasso) di anni di distanza.
Ovviamente tutto il tempo guadagnato veniva reinvestito nella scelta della cartolina più bella da spargere in giro per l'Italia.

Nel tempo, vuoi i cellulari che permettevano di essere sempre in contatto, vuoi l'adolescenza e la crescita, le cartoline hanno terminato di essere spedite, per la grande felicità del portafoglio di papà.

Io però ho sempre amato spedire la posta, una lettera, una cartolina. Più per il gesto in sè che per il contenuto (la scrittura non è mai stata il mio forte e tutti ancora ricordano con ilarità il mio "Tanti saluti, iaia" spedito alla mia migliore amica dei tempi).
Ho sempre avuto "amici di penna" incontrati in ogni dove, a cui scrivevo "Come stai? Come sta tuo fratello? Come stanno i tuoi genitori? Come sta il tuo cane?", il tutto però su bellissime carte da lettera che mi venivano regalate.

Il dramma di non spedire più niente si è un po' affievolito poi con le spedizioni di That's mine! ma -diciamolo- non è la stessa cosa.

Per cui, dopo la vacanza in Sicilia di quest'estate, mentre tornavamo su da Napoli a Genova IN MACCHINA, il mio piccolo cervellino elaborava un certo pensiero "Voglio spedire una cartolina. Voglio spedire una cartolina. Voglio spedire una cartolina"
E dove riversare i miei sciuocchi pensieri se non su Twitter?

Il mio disperato appello non è fortunatamente caduto nel vuoto. Altre drogate di mancanza di comunicazione scritta, affrancata e spedita come me hanno risposto con un "Manda pure a me" e i giochi sono stati fatti.
Alla prima occasione (un viaggio di lavoro) non ho perso tempo e ho comprato cinque cartoline, ovviamente tutte uguali, scritto alcuni discorsi profondissimi, sbagliandoli anche, spedito e...
E...
Atteso quasi un mese e mezzo.
Hanno fatto prima le altre a andare in vacanza, spedirmene una da Parigi e farmela arrivare.

La celeberrima cartolina da Parigi, spedita dopo e arrivata prima (in due giorni?), da parte di Laura.

Collegamento permanente dell'immagine integrata
A Laura, la prima cartolina uguale.

A Sara, la seconda cartolina uguale
(notare il contrasto chiccheria Nordeuropea/folkloristica impostatura Mediorientale).


Collegamento permanente dell'immagine integrata
A Annina, la terza cartolina uguale.

mercoledì 1 ottobre 2014

Hashtag obsessed: Capelli

Ciao iaia, e benvenuta.
Non ti vedevamo da MAGGIO.

Voi tutte che mi seguite da più o meno tempo siete a conoscenza di una delle mie principali fisse: i capelli.
In quanto portatrice sana di capelli crespi in una delle terre più umide al mondo (la Liguria), lo scopo della mia vita è sempre stato il cercare nuovi prodotti, metodi e qualsiasi altra diavoleria in commercio che mi sollevi dal sembrare il Michael Jackson dei primi tempi non appena varcata la soglia di casa.

Having A Very Complicated Relationship With Your Hair

Il risultato è una gran mole di tempo della mia miserabile vita perso a studiare, leggere, informarmi sul presente e sul futuro della ricerca in questo campo. 
Grandi illusioni aveva destato in una giuovane iaia anni fa un'articolo nel quale veniva annunciata la scoperta di una sostanza in grado di modificare la forma della sezione del capello a proprio piacimento. In pratica assumendo una pasticca chiunquesarebbe stato in grado di decidere ogni giorno "capello liscio o riccio?". Peccato che poi non ne abbia più saputo niente.
Maledetta lobby dei parrucchieri.

You can’t see pictures of “naturally curly hair” without wanting to throw your computer away. | 29 Things People With Curly Hair Can Simply Never Do

Per cui potete ben immaginare come ogni spot, pubblicità, cartellone stradale che nomini appena appena un sinonimo di "crine" attiri immediatamente la mia attenzione.
Ovviamente ogni aspetto dei nuovi prodotti in commercio viene da me accuratamente analizzato in maniera pseudo-scientifica.
E puntualmente porta sempre ad una delusione.


Questo post del grande rientro, infatti, è educativo e, allo stetto tempo, portatore di meste notizie.
Oh ragazze dedite allo stiraggio, piastraggio e demolizionaggio (che non esiste) dei capelli, RASSEGNAMOCI.
Apriamo gli occhi e non facciamoci prendere in giro da shampoo, balsami, maschere e trattamenti speciali che promettono di ricostruire il capello danneggiato.
Amiche da casa, NON si può ricostruire un capello danneggiato.
Lo so che è quello che noi tanto aspiriamo ma, via!, togliamoci quel prosciutto dagli occhi e esaminiamo la problematica alla radice.

natural-treatment-repair-dry-damaged-hair

I capelli sono un elemento morto. Mi spiace per loro, renderemo omaggio con una degna funzione funeraria ma, pensiamoci, questa per noi è una grande fortuna.
Depilazione, cicli, parti, buchi alle orecchie e non solo! Soffriamo già abbastanza noi donnicciuole e ci mancherebbe anche soffrire come dei cani ogni volta che andiamo dal parrucchiere per il nuovo taglio.
Se noi li torturiamo e li roviniamo però sarà difficile che esistano prodotti che li aggiustino e li rendano perfettamente integri come erano un tempo.


Se prendete una foglia secca e la stropicciate, Essa si romperà e sarai assai complicato ricomporLa neanche con le migliori colle in circolazione.
Quando rompete uno specchio difficilmente riuscirete a rimettere i pezzi insieme e a rimandare al mittente i sette anni di sfiga.
Anche le scatole rotte da genitori, parenti, fidanzati col pallino del calcio, capi e strambi colleghi sono un processo irreversibile: il nervoso non sparirà fino a tarda sera.

What would our hair issue be without this cutie? Pinned by Heather Lee from the Yatz; Original photo image from funnywallphotos.com

Quindi, care mie compagne di sventura, ascoltate il mio messaggio: non fatevi abbindolare da prodotti che promettono con le loro abili grafiche pubblicitarie di riappiccicare le vostre doppie punte rendendole un'unica cosa, magari avvolte da un'aura luminosa.
Quello che al massimo si può fare è utilizzare dei protettori che riducano la possibilità di rovinare la vostra chioma ma sappiate che l'unica soluzione per aggiustare la vostra zazzera oramai rovinata alle estremità è -ahimè!- la sapiente (?) forbice dell'amico parrucchiere.

lunedì 19 maggio 2014

Pigiama party

Ho un problema con i pigiama, molto simile invero a quello che ho con le calze.

Il 99% dei nostri amati capi notturni in vendita sul mercato mi fa inorridire.
Sembra che per andare a dormire sia necessario vestirsi in maniera ridicola.
Disegnini, fiocchetti, volant, gattini imbarazzanti, fiorellini, scritte, sembra che il mondo pigiama si divida tra cinqueeni esagitate e noventanni ormai rassegnate, passando per vere e proprie tigri del ribaltabile.

Io non voglio niente di tutto questo.
Voglio un pigiama normale, semplice, che non mi faccia vergognare neanche davanti a me stessa.
Altro che unicorni e araba fenice. 
E' molto più probabile imbattersi nell'uomo delle nevi in mezzo al deserto piuttosto che trovare un pigiama decente.

E tra l'altro io parlo solamente di pigiama, quindi di sopra e sotto pantalone, non di camicie da notte perchè il freddo non mi abbandona mai, neanche sottto novanta strati di coperte.

Gli unici che mi vengono leggeremente incontro, anche se solo con i pantaloni, tralasciando il pezzo sopra sono Zara Home:





e Oysho:






Anche voi avete le fisse sui pigiami o siete più da disegni e scritte?
E, soprattutto:avete siti/negozi/qualunque cosa da consigliarmi dove trovare un pigiama presentabile?